L’origine del mondo

Ritratto di un interno. (Donna melanconica al frigorifero - Certe domeniche in pigiama - Il silenzio dell’analista)

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Daria Deflorian, Federica Santoro, Daniela Piperno
disegno luci di Gianni Staropoli
realizzazione scenica di Marina Haas
aiuto regia Francesca Blancato
produzione e comunicazione 369gradi, PAV | Diagonale artistica
prodotto da ZTL_pro con il contributo di Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali in coproduzione con Armunia e Santarcangelo 41 Festival internazionale del teatro in piazza
in collaborazione con Fondazione Romaeuropa, Palladium Università Roma Tre, Teatro di Roma

Nel 2012 lo spettacolo ha ottenuto:
PREMIO UBU Nuovo testo italiano o ricerca drammaturgica a Lucia Calamaro
PREMIO UBU Miglior attrice a Daria Deflorian
PREMIO UBU 2012 EX AEQUO Miglior attrice non protagonista a Federica Santoro

I 3 atti:
Donna melanconica al frigorifero
Certe domeniche in pigiama
Il silenzio dell’analista

Lucia Calamaro - L'Origine del Mondo

Note di regia

Di fronte al tempo, alle crisi alle mutazioni esistenziali
Magari sotto pressione, impotente, spesso isolato
Comunque inadeguato al rapporto ma lo stesso presente.
Decisamente depresso e si vede, uno fa fatica però vive, trova strategie, si inventa.
Si tratta di reagire.
O al meglio: adattarsi.
Come si sta di fronte alle cose, quando peggio del rapporto con Uno, c’è solo il rapporto con gli Altri?
Lo sappiamo? Lo possiamo sapere? Esiste un IO generico guida?
Non so. Non mi pare. Da qui non mi azzardo alla teoria.
Passiamo allora allo studio di un caso.
Daria non esce più. Da qui, dalla tana, constata che lei di umano ne conosce veramente solo uno, convivono nello stesso corpo, e a volte si distrae anche da lui. Se lo perde, non lo capisce.
Questa relazione fluttuante e disattenta spesso fa si che si ritrovi a non essere contemporanea neanche di se stessa.
Un convivente, anche lui suo malgrado familiarizzato con l’umano di Daria, visto che ne dipende affettivamente, la richiama a lei e al tempo: la Figlia.
È lei che mantiene il mondo. Lei, Federica, è il suo Atlante domestico.
Tanto che a volte uno si chiede chi ha messo al mondo chi, in questa faccenda.
Nella casa in cui si muove con sua figlia, temporaneamente rinchiuse in cerca di un senso ritrovato, appaiono figure della soglia, abitanti del dentro-fuori, che irrompono e agiscono. Figure queste, tutte animate dalla stessa volontà: tirarla fuori. Si avvicendano su scena strappandole alla loro intimità duettistica l’analista, sua madre, la cameriera, suo marito. Gente che sta più fuori che dentro, ma a volte anche troppo dentro o troppo fuori.
Insomma, ma che ne sanno loro della fatica necessaria a snodare gli intrecci traumatici nascosti nelle geometrie del profondo? Eppure. (Lucia Calamaro)

Lucia Calamaro - L'origine del mondo

Post-scriptum obbligato sulla natura ciclica di Origine
RITRATTO ACCIDENTALE DI UN INTERNO INFINITO

A volte i progetti che intraprendiamo hanno ambizioni tutte loro, indipendenti dalle nostre volontà iniziali; ambizioni che risultano velocemente superiori alle nostre aspettative.
Uno parte, e in generale la fatica è mantenere il movimento, senza che il cuore si fermi.
Questa volta invece ho come la sensazione di aver messo mano a una di quelle forme alimentate da linee forza inesauribili che senza sforzo traggono energia dalla materia-vita stessa. All’occorrenza la vita è la mia, ma come tutti, la incrocio spesso con quella degli altri e allora addirittura la forma si ramifica. I personaggi iniziali, una madre, la Figlia, la nonna, il marito, si alimentano al quotidiano di sfumature di pensiero estrapolate da vicenduzze concrete: dentista, tasse, pioggia, supermercato, conversazioni riportate…
In questa faccenda che si è aperta a me, arresa a una forma sempre aperta e flessibile, c’è come un eco del moto indefinito e a oggi inesauribile dei corpi celesti. Se volessi restarci vent’anni potrei, e poi certo finirebbe con me, con la mia morte, se volessi. Certo è che a oggi non so se voglio o se saprò rimanerci cosi tanto, ma è una vita parallela che si costruisce da sola camminando sulla Scena e sulla quale, andando, trovo addirittura un certo numero di sorprese, allora, almeno per un po’, sarebbe un peccato non restarci.
Mi ricordo che tre anni fa, quando ho cominciato a pensare a questo lavoro, il referente fascinoso principale era Balzac, con la sua Commedia Umana.
C’è da dire che dopo anni di isolamento psicologico e sociale profondo, dovuto a fattori diversi e in questo contesto non pertinenti, avevo scoperto gli altri. Tutti gli altri. Chiamiamola pure umanità. Quella che esiste e vive al di fuori della mia testa. C’era, l’avevo vista e volevo parlarne.
Certo, non capivo perché, partendo io dalla chiusura tematica della depressione di una donna, dovessi essere affascinata dall’affresco infinito. Eppure.
Non cercandolo, ho trovato un ciclo.
Un ciclo, questo di Origine, che io obbligatoriamente costruisco su una vita, quella di una donna, che per certi versi è la mia per altri no. E che si declina in capitoli. Ad oggi ho scritto quasi del tutto i primi quattro, non ho idea di quanti potrebbero essere.
La linea traccia iniziale è una crisi individuale che travolge un gruppo familiare, nella fattispecie la crisi di una madre Daria, che fagocita la figlia Federica. Crisi dovuta ad una depressione che si installa, e rende obbligatoria l’esplorazione psicanalitica ma anche drammaturgica-diciamo gestaltica- di dinamiche affettive e familiari. Disfunzionali ma radicate, le dinamiche conosciute chiamano sempre nuovi elementi a illustrare i come e i perché della loro genesi. Per capirle e affievolirle quello che già c’è non basta, c’è bisogno di ripescare cadaveri parlanti, c’è bisogno di incidenti, e di nuovi arrivati. Oltre al coro canonico ed indispensabile di figuranti del dolore composto da madre, marito, fratelli, amici, nonni, cugini persino vicini.
Una vita che si inceppa e che sente, nell’impasse obbligata, il bisogno di indagare suo malgrado quel Cominciamento per tutti noi misterioso, attraverso anche una particolare modalità di gestione del Figlio. In fondo la genie è l’unica prova spicciola e familiarissima che ognuno di noi ha della possibilità di essere assoluti demiurgi di un Inizio. E da lì, da quell’atto massimo di vitalità, ritrovare il nostro, di Inizio.
Indago la coscienza di una Madre, quello che lei ne sa, di tutto quello che in fondo lei significa e a cui appartiene, malgrado e aldilà di lei; esploro gli stati d’animo mortificati di una Figlia adultizzata, la sua assenza di modelli, la sua tenacia; tratteggio l’indifferenza, la rabbia e l’impotenza di tutti gli altri, quelli che si ritrovano a gestire una persona depressa, senza sapere come. Intanto, diversamente, ma certo si vive.
Mi piace poter dire che ad oggi non so quando questa costellazione di rimandi in interfaccia tra il quotidiano e la psiche, tra madre e figlio, paziente ed analista , nonna e nipote, cameriera e signora, moglie e marito si esaurirà.
Volendo e potendo, economie e voglia permettendo, non si chiude praticamente mai.
Va avanti e ritorna in altre vesti per gli stessi luoghi o in altri luoghi con gli stessi abiti ed è lì che di solito arrivano le sorprese: quando toccato di struscio, cadi nell’altrove che non sapevi fosse contiguo al conosciuto.
Come ogni ciclo, Origine innaffia dall’interno i semi del suo sviluppo successivo. Crea, inventa, ricorda, mischia, traveste e riporta. Le briciole si trasformano in capitoli da cui a loro volta si disegnano i resti che porteranno avanti la faccenda che verrà. Un organismo autoorganizzato che a oggi ha bisogno di una sola fonte d’energia: la mia vita quotidiana.
Come non affezionarvisi?
In fondo, da cosa è composta la vita di un essere umano: un corpo e i suoi andazzi, una mente e i suoi rovelli, le cose e la necessità di gestirle e poi gli altri, sotto forma di affetti, rivali, problemi, salvezza, ristoro, passione, legami, vantaggi, limiti.
Ecco cosa si occupa idealmente di proiettare drammaturgicamente, forse anno ad anno, per ora pezzo a pezzo, come un puzzle, questo lavoro: una vita.
Ma non l’avevo immaginato così vasto e siccome mi annoio spesso, ecco perché fallisco in generale, è improbabile che io compia l’affresco che il caso mi ha regalato.
Qualcuno mi ha detto un giorno che la mia vita gli ricordava Marco dagli Appenini alle Ande e rendeva sintetica anche la più prolissa delle telenovelas brasiliane. Ora capisco di che parlava.
Certo è che vissuta sempre in balia di tutto quello che non ero io, non avrei mai pensato, fino ad oggi, che la mia vita si sarebbe trasformata nella mia opera. (Lucia Calamaro)

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