La vita ferma

"LA VITA FERMA: sguardi sul dolore del ricordo" (dramma di pensiero in tre atti) scritto e diretto da Lucia Calamaro

LA VITA FERMA: sguardi sul dolore del ricordo
(dramma di pensiero in tre atti)
Scritto e diretto da Lucia Calamaro

Con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua
assistenza alla regia Camilla Brison e Giorgina Pilozzi
disegno luci Loic Hamelin
scene e costumi Lucia Calamaro
contributi pitturali Marina Haas
accompagnamento e distribuzione internazionale Francesca Corona

una produzione SardegnaTeatro, Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con Teatro di Roma, Odéon – Théâtre de l’Europe,
La Chartreuse – Centre national des écritures du spectacle
e il sostegno di  Angelo Mai e PAV

I ATTO 50 minuti
II ATTO 60 minuti

La vita ferma (5)

NOTE DI REGIA

«Si domandava cosa fossero i ricordi, questi brandelli di fatti notevoli che non si capiscono piu. Il ricordo rimane indietro e non la smette mai di ripeter quello stesso identico spettacolo che metteva in scena al momento in cui l’avevamo lasciato, quando non era ancora un ricordo» Thomas Bernhard, Gelo

«PATHOS : Tonner contre, s insurger. Declarer avec un air hautain que la vraie litterature l ignore. Feliciter un auteur d’avoir su, dans son roman, èviter l’ècueil du pathos. Ecrire: c’est un beau livre, grave. Ajouter aussitôt: mais sans pathos» Gustave FLAUBERT, Dictionnaire des ideès reçues

La vita ferma è un dramma di pensiero.
La sua gestazione ha avuto in me i tempi faticosi della rivelazione lenta e sommersa, abbordando quel dramma che il pensiero non sa, non vuole, non può gestire.
Per arrivare a centrarne il “dramma di pensiero” ho buttato via più materiale di quello che resta.
Ma il resto, quello che rimane, è per me il punto ultimo di concentrazione di un racconto  che accoglie, sviluppa e inquadra il problema della complessa, sporadica e sempre piuttosto colpevolizzante, gestione interiore dei morti.
Non la morte dunque, e non il problema del morire e di chi muore, che sappiamo tutti risolversi sotto la  misteriosa campana del  nulla, che strangola sul nascere ogni comprensione.
Ma i morti, il loro modo di esistenza in noi e fuori di noi,  la loro frammentata frequentazione interiore e soprattutto  il rammendo laborioso del loro ricordo sempre così poco all’altezza della persona morta, così poco fedele a lei e così profondamente reinventato da chi invece vive.
E con i morti, una riflessione aperta sul lutto che ne deriva, la cui elaborazione non è detto sia l’unica soluzione, anzi, là dove una certa vulgata psicologizzante di malcerte origini freudiane comanda, esige, impone di assegnare il più velocemente possibile al proprio desiderio un oggetto nuovo per rimpiazzare l’oggetto perso, forse è li che interviene un racconto, anche uno piccolo come questo, pratica del singolare per antonomasia, a sdoganare il diritto di affermare la tragica e radicale insostituibilità di ogni oggetto d’amore perso, di ogni persona cara scomparsa.
Il dramma di pensare o meno ai morti è comunque il dramma di pensiero di chi resta e distribuisce o ritira, senza neanche accorgersene, un’esistenza. Di che tipo sia l’esistenza dei morti non saprei dire, ma come predica Etienne Soreau “Non c’è un esistenza ideale, l’ideale non è un genere d’esistenza”.
La Vita Ferma è dunque uno spazio mentale dove si inscena uno squarcio di vita di tre vivi qualunque – padre, madre, figlia – attraverso l’incidente e la perdita. È occorso anche qualche inceppo temporale ad uopo, incaricato di amplificare la riflessione sul problema del dolore ricordo e sullo strappo irriducibile tra i vivi ei morti che questo dolore è comunque il solo a colmare, mentre resiste.
Lucia Calamaro

GLI ATTI
Nel primo atto c’è  un trasloco, una casa da svuotare, forzosamente attraversata dallo spettro e il suo voler essere ricordato bene, in quanto unico, insostituibile.
Se non lì, in una casa abbandonata, dove altro avrei potuto metterlo?

Nel secondo  una coppia con bambina: Lui, Riccardo storico e nostalgico fissato con Paul Ricoeur e i sinonimi; Lei, Simona, quasi danzatrice e eccentrica fissata col sole e coi vestiti a fiori; la figlia Alice, da subito troppo sensibile, fissata col voler intorno gente che le parli.
Quindi la morte di Simona, dopo protratta e non identificata malattia (non importa come, importa che muoia)

Nel terzo atto c’è un Alice cresciuta e a sua volta neo-madre che ritrova il vecchio padre Riccardo, sulla tomba, o quasi, della madre morta anni prima; ragionano non senza conflitti, su quell’assenza anticipata  che sempre –  e chissà se sempre meno o nel tempo ancora di più – ha marcato una rottura nel racconto illusoriamente prescritto delle loro vite.

NOTA BENE
So che in questo racconto, da qualche parte, abita inoltre una riabilitazione più o meno dichiarata di una poetica del pathos.
Questo termine soffre oggi di un discredito generale,  si elogia “l’approccio senza pathos” di temi di una gravità impossibile, come se il patetico fosse diventato l’osceno.
Io non sono più d’accordo.  E fosse anche osceno, ne sento il bisogno. Quest’affetto, il pathos, parente feroce di pietà e compassione è secondo me l’unico capace di incarnare e raccontare i disastri che compongono in parte una vita e la natura scandalosa e qui sì, oscena, del diktat dell’oblio.
Lucia Calamaro

La vita ferma (2)